venerdì 18 settembre 2009

Dice Steiner: “Totalmente diverso dalle leggi naturali che si riferiscono a ciò che muore, è quello che si sperimenta quando si rivolge alla natura la volontà vivente che esiste dentro di noi in germe [...] Quel che mette in rapporto col mondo esterno per mezzo dei sensi [...] non è di natura conoscitiva, ma volitiva[relativa alla volontà]. L’uomo moderno ha totalmente perduto la conoscenza di questo fatto. Perciò considera infantile quel che dicePlatone, cioè che il nostro vedere proviene dal fatto che una specie di tentacoli si sprigioni dagli occhi e vada verso le cose. Questi tentacoli non sono naturalmente visibili con mezzi esterni, e se Platone ne era cosciente, ciò dimostra appunto ch’egli era penetrato nel mondo soprasensibile. Effettivamente, quando noi guardiamo gli oggetti, si compie, solo in maniera più sottile, un processo simile a quello che avviene quando afferriamo qualche cosa. Quando prendiamo in mano un pezzo di gesso, si tratta di un fatto fisico del tutto analogo a quello spirituale che si svolge quando scocchiamo dagli occhi le forze eteriche per afferrare un oggetto per mezzo della vista” ["Antropologia" o "Arte dell'educazione"]


Pura follia?
Non credo.
Quante volte sentiamo il "peso dello sguardo" di qualcuno ricadere su di noi? Se il funzionamento dell'occhio si fermasse a quello che noi dell'occhio vediamo, come potremmo percepire che qualcuno ci sta osservando, anche se siamo voltati?
Quante volte ci capita di non vedere quello che non vorremmo vedere, consciamente o inconsciamente che sia, quante volte ci capita di vedere quello che vorremmo vedere?
Dai nostri occhi necessariamente qualcosa c'è di natura volitiva, di volontà. Lo dimostra anche il fatto che, se provate ad osservare gli occhi di una persona che vi sta difronte vedrete i suoi occhi spostarsi di continuo, ma la persona osservata non vede discontinuità fra quando indugia lo sguardo sul punto A e quando lo sposta al punto B: eppure i suoi muscoli oculare erano ben che attivi! Se invece ci picchiettiamo la palpebra sotto l'occhio, cioè muoviamo delicatamente con un dito, la nostra vista non è più stabile e vediamo la discontinuità quando l'occhio si muove. La differenza fra i due esperimenti sta proprio nella volontà che sta dietro le nostre azioni: se l'occhio si muove autonomamente, ecco che sempre volontariamente non vede la discontinuità, se l'occhio è mosso meccaniccamente non può impedire di rilevare la discontinuità.

La volontà davvero compenetra l'occhio, come compenetra tutti i sensi, porte che la volontà (sia essa conscia o inconscia) apre o chiude. Allora un problema alla vista o all'udito che cosa potrebbero celare? Forse una non voler vedere o sentire ? Il vero mistero non è tanto questo, quanto la natura della volontà. Essa è super partes, non è nè conscia nè inconscia; in alcuni casi la nostra "buona volontà" (cosciente) non riesce a sconfiggere una volontà avversa inconscia, altre volte riusciamo a spronarci e a trasformare la nostra buona volontà cosciente in qualcosa che tocca anche le sfere incoscienti. Ma chi può dire di essere certo di conoscere la volontà? Essa è sfuggevole quanto misteriosa.
L'altro giorno, complice anche la folta chioma corvina, per la prima volta mi è stato offerto un drink da un perfetto sconosciuto in quel di Lubiana. E questo ha scatenato in me delle riflessioni. Pensavo alla spontaneità e alla forte passione dei tipici amori adolescenziali. Quando ci si fa avanti col proprio corpo, non nascondendosi dietro di esso; quando si ha più fiducia che paura di restare delusi e quando si è disposti a donare tutto l'amore di cui si è capaci. E finalmente ho capito una cosa: da questo tipo di modo di porsi non è necessario restare delusi come credevo. Ho capito che il problema della situazione non è l'amore incondizionato, che è anzi, suo più grande pregio, ma che quello che ci ferisce, ci delude dell'altro non è niente altro che la nostra pretesa che l'altro sia secondo la nostra volontà, come piace a noi. Se ci lasciassimo semplicemente abbandonare all'amore senza condizioni e senza imposizioni, un amore senza catene e libero, nessun difetto o pregio potrebbero sorprenderci, una volta scoperti nell'altro (perchè l'amore adolescenziale, per come la vedo io, non si basa su una buona conoscenza dell'altro , o almeno, questa è stata la mia esperienza). Sto dicendo insomma che nell'amore adolescenziale abbiamo l'immagine, un riflesso, come potrebbe essere la luna il riflesso del sole, di quello che è l'Amore di dio nei nostri confronti: potente, incondizionato e grato.
E se è piacevole essere amati per come siamo, per le nostra qualità, è ancora più piacevoli essere amati senza alcuna motivazione, indipendentemente da quanto siamo bravi, piacenti, intelligenti, belli o simpatici.